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RELAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE “TERAMO NOSTRA”
REDATTA CON L’AUSILIO DI STORICI E DEL PARTIGIANO
COMBATTENTE MICHELE ARCAINI
SULLA LOTTA ANTIFASCISTA E LA RESISTENZA PARTIGIANA
SUL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI TERAMO
PERIODO 1922 – 1944
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La Resistenza
di Teramo e del suo territorio contro il
regime fascista e l’invasore tedesco è cominciata
nel lontano 1922, quando i suoi cittadini
di tutte le tendenze politiche si riunivano in clandestinità
nelle case degli aderenti, nei retronegozi e nelle botteghe
artigianali, per discutere e commentare le nefandezze fasciste.
Alcuni degli antifascisti di vecchia data al ricordo del
partigiano combattente Michele Arcaini furono:
Aristide Partenza, notaio; Poliseo De
Angelis, fotografo; Lidio Ettorre,
falegname; i fratelli Tuzzoli, fiorai;
Alfredo Zaccaria, sarto; i fratelli Ambrosini,
falegnami; Nazzareno Valente, imprenditore
edile; Remo Vetrini, imprenditore edile;
i fratelli Passerini, falegnami; Romolo
Di
Giovannantonio, fornaio; Berado Taddei,
barbiere; Ercole Vincenzo Orsini,
falegname e liutaio; Guido Taraschi, maggiore
di artiglieria; Felice Rodomonti,
bracciante, combattente della prima guerra mondiale 1915-1918
gravemente ferito e mutilato della mano sinistra; Umberto
Bosi, barbiere; Antonio Di Pietrantonio,
barbiere; Vincenzo Di Pietrantonio, falegname;
Antonio D’Angelantonio, muratore;
Amilcare Di Marco, fornaio; Vincenzo Pultroni,
geometra; Giorgio Valente, Vincenzo Mobili,
Vincenzo Massignani,
Francesco Franchi, avvocato; Giuseppe Lettieri,
avvocato; Adelchi Fioredonati,
impiegato di banca; Berardo D’Antonio,
fabbro, e tantissimi altri cittadini di Teramo che sfidavano
il regime fascista, per cui ad ogni ricorrenza fascista
venivano puntualmente incarcerati e bastonati.
Ricordo anche Francesco Martella,
di Atri, che fu assassinato nella sua città dai sicari
fascisti nel 1943. La
prima condanna nazionale che fu pronunciata
dalla magistratura in camicia nera fu quella del Tribunale
Speciale nel 1928 presso il Palazzo di Giustizia di Roma
nei confronti di tre giovani antifascisti di Teramo:
Alfredo Zaccaria di Teramo, di anni diciotto,
sarto, condannato a tre anni e quattro mesi di carcere;
Berardo Taddei, barbiere, di anni diciotto,
condannato a un anno e otto mesi di carcere;
Berardo Di Antonio di Teramo, di anni sedici,
fabbro, condannato a un anno e otto mesi di reclusione,
deceduto per malattia contratta in carcere (tisi) a un mese
dalla scarcerazione. La
seconda condanna pronunciata da giudici
in camicia nera avvenne nel Tribunale di Teramo nel 1937,
con la sentenza n. 74, con la quale si condannava Romolo
Di
Giovannantonio di Teramo, fornaio, a diciotto
anni di carcere.
Morì di tubercolosi nel carcere fascista di Pianosa
nel 1942.
Con il proseguire del ventennio di dittatura fascista, tra
le nuove leve giovanili cresceva il numero degli antifascisti.
Operai, studenti, artigiani, professionisti, sovente venivano
incarcerati e picchiati.
E malgrado la feroce repressione fascista durante la seconda
guerra mondiale, le riunioni clandestine si intensificarono.
Anche in tale periodo, Felice Rodomonti
veniva spesso incarcerato, picchiato e umiliato nella ricorrenza
di cerimonie fasciste.
Anche nel suo studio, il giovane medico pediatra dottor
Mario Capuani,
in via Delfico a Teramo, teneva continue riunioni con i
suoi diretti collaboratori.
Il dottor Mario Capuani,
a ragione della sua avversione al Partito fascista, veniva
costantemente sorvegliato dalla polizia fascista.
Malgrado ciò, riuscì a formare il Partito
d’Azione a Teramo.
I suoi più diretti collaboratori erano: Ercole Vincenzo
Orsini,
Adelchi Fioredonati,
Francesco Franchi, Alfredo Zaccaria,
Riccardo Cerulli, Vincenzo Pultroni,
Vito Caravelli (che sarà il primo
Presidente della Provincia), Armando Ammazzalorso,
Vincenzo Massignani.
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Dopo l’armistizio
dell’8 settembre 1943, detto comitato
allargato a numerosi antifascisti di vecchia data e a giovani
esponenti, deliberò all’unanimità un
raggruppamento di uomini in località Ceppo
di Rocca Santa Maria .
Quel raggruppamento doveva costituire formazioni partigiane
per attaccare il nemico tedesco e il regime fascista.
L’insurrezione e la lotta partigiana cominciarono
il 12 settembre a Piazza Garibaldi a Teramo.
Nel pomeriggio di detto giorno (12 settembre 1943), fu disarmata
una colonna motorizzata tedesca proveniente dalla S.S. 80
diretta verso Ascoli Piceno, S.S. 81.
L’intera colonna motorizzata si arrese consegnando
tutte le armi.
L’insurrezione fu guidata dal Capitano dei Carabinieri
Ettore Bianco, mentre gli insorti erano
tutti di Teramo.
Essa comprendeva tutte le parti sociali della città
(operai, artigiani, studenti, impiegati e professionisti).
Solo dopo l’intervento del Colonnello Scarienzi
del distaccamento del quarantanovesimo reggimento di artiglieria
di stanza a Teramo e a seguito di un furioso battibecco
tra il Colonnello Scarienzi e il Capitano dei Carabinieri
Ettore Bianco, il Colonnello Scarienzi dette al Capitano
l’ordine perentorio di far riconsegnare le armi ai
soldati tedeschi, i quali si rimpossessarono delle armi
e si impegnarono a non fare rappresaglia sulla popolazione
civile di Teramo, e quindi proseguirono verso Ascoli sulla
nazionale S.S. 81. |
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Dopo l’avvenimento del 12 settembre 1943, inizia
l’esodo di cittadini di Teramo verso Bosco
Martese di Rocca Santa Maria.
Si unirono anche militari sbandati di tutte le armi italiane,
militari iugoslavi, inglesi, canadesi, neo zelandesi ed
australiani, fuggiti da campi di concentramento.
Molti Ufficiali dell’Esercito Italiano si unirono
ai Partigiani di Teramo.
Essi furono: il Capitano dei Carabinieri Ettore Bianco,
Guido Taraschi, Maggiore di artiglieria,
Carlo Ganger, il Capitano Lorenzini,
Arnaldo D’Antonio, Maggiore dell’aviazione
e il Capitano Gelasio Adamoli, futuro Sindaco
di Genova, Ciro Romualdi, Tenente di vascello,
Felice Mariano Franchi, Tenente di cavalleria.
Felice Rodomonti
era, a quel tempo, rinchiuso nelle carceri di Teramo, per
aver malmenato due fascisti che portavano distintivi fascisti
sul petto.
Dopo la sua scarcerazione, si recò al Ceppo
e si installò in una camera della casa cantoniera.
Ebbe continui colloqui con i graduati del’esercito
per preparare la Resistenza.
Giorno dopo giorno aumentava il numero degli uomini, fino
a raggiungere il numero di 1500-1700 unità.
Essi arrivavano a piedi o con svariati mezzi motorizzati.
Il pomeriggio del 19 settembre, un camion
carico di soldati portò un cannone e materiale bellico
e, per tre giorni, arrivarono continuamente camion carichi
di armi e munizioni, nonché viveri e vestiario prelevati
dalle caserme di Teramo quasi completamente abbandonate.
Felice Rodomonti
si diede molto da fare per approntare delle postazioni per
cannoni e mitragliatrici.
Va ricordato che Antonio Rodomonti, fratello
di Felice,
scendendo a Teramo con quattro Partigiani nei pressi della
Specola (Colle Urania), disarmò alcuni militi fascisti,
catturando una mitragliatrice pesante, tre mitragliette
e molte pistole, tutto materiale bellico che fu portato
al Ceppo.
Anche i militari inglesi, iugoslavi, americani, canadesi
e australiani trasportarono armi, munizioni, viveri in continuazione
e medicinali.
Tutti i civili, i militari e graduati, arrivarono in massa
disposti a fare azioni di guerriglia.
Il 24 settembre verso sera Felice Rodomonti,
avendo avuto sentore che a Teramo nella caserma dei militi
forestali in via Gabriele D’Annunzio erano depositate
mitragliatrici, mitragliette e munizioni,
con 18 – 20 uomini di sua fiducia scese a
Teramo per dare l’assalto alla caserma.
Michele Arcaini, che prese parte alla spedizione,
così racconta: “Arrivati a Teramo il camion
fu parcheggiato ai Tigli, all’angolo di palazzo Cerulli.
Quattro Partigiani rimasero sul camion mentre Rodomonti
con 15 Partigiani si avviò verso la caserma forestale.
Il portone della caserma era aperto e, saliti all’ultimo
piano, fu sfondata la porta facendo una irruzione violenta.
“In caserma c’erano 12 militi forestali che,
colti di sorpresa, non reagirono.
Furono messi in uno stanzone e sorvegliati con le armi in
pugno da Felice Rodomonti
e da un soldato inglese.
I Partigiani
rastrellarono tutte le armi, munizioni ed indumenti militari
che si trovarono in caserma, comprese le mitragliette e
le mitragliatrici, principale scopo della spedizione.
Rodomonti
era anche a conoscenza che nella cassaforte erano depositate
circa trentamila lire.
La chiave era tenuta dal Comandante della caserma.
Rodomonti,
con due Partigiani,
un militare e un forestale, si recò nella abitazione
del Comandante, lo prelevò e sotto la minaccia delle
armi lo portò alla caserma, dove fece aprire la cassaforte
e si fece consegnare tutta la somma depositata che risultò
di lire 29.500, rilasciando una ricevuta con la dicitura:
la somma prelevata serve a sostenere i Partigiani.
Mentre si finiva di caricare il camion di tutto il materiale
rastrellato, venne alla caserma la moglie del Comandante
che supplicò di non far del male al marito.
Con gentilezza, venne rassicurata che non gli sarebbe stato
torto un capello e le fu chiesto che per almeno cinque ore
non dicesse nulla a nessuno.
La stessa raccomandazione fu fatta ai militi forestali,
per evitare conseguenze sul Comandante.
Il camion ripartì per il Ceppo
senza incontrare resistenza. “La sera stessa la
moglie del Comandante della Forestale di Teramo avvisò
il Comandante della Forestale dell’Aquila informandolo
dell’accaduto a Teramo e pregandolo di rivolgersi
al comando tedesco per la liberazione del marito.
Il comando tedesco prese subito la decisione inviando a
Teramo circa 40 camion carichi di soldati e armi.”
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La colonna motorizzata tedesca giunse a Teramo il 25 settembre,
verso le ore 10, stazionando in parte in Piazza del Carmine
dove c’era la caserma dei Carabinieri.
Il comandante della colonna tedesca, Hartman,
si recò in caserma per conoscere la situazione del
posto e venire a conoscenza della strada per il Ceppo.
Nel frattempo un uomo di età avanzata era stato visto
da alcune donne mentre consegnava ad un ufficiale tedesco
una mappa, forse la mappa per raggiungere il Ceppo.
Le donne, sotto gli occhi
delle truppe tedesche, che non intervennero, circondarono
quell’uomo e lo colpirono a colpi di zoccoli di legno,
facendolo cadere morente lungo la scarpata del Tordino,
sulla circonvallazione Spalato.
Dopo questo episodio, la colonna motorizzata tedesca proseguì
per Bosco Martese,
al Ceppo,
dopo che il Maggiore Hartman ebbe prelevato
il Colonnello Bologna, comandante della
stazione dei Carabinieri di Teramo, intimandogli di salire
su una camionetta militare apripista della colonna.
Oltrepassato il Comune di Torricella
Sicura, forse per una spiata, i tedeschi catturarono
7 Partigiani che si erano recati al Mulino
De Iacobis per approvvigionare di farina l’accampamento
partigiano di Bosco Martese.
Successivamente, nei pressi di Rocca Santa Maria,
i tedeschi catturarono due giovani di Teramo, Bacchetta
e Cordone, che si recavano al Ceppo,
e li misero come scudi umani su una camionetta militare
battistrada della colonna militare.
Se i Partigiani avessero attaccato, i primi a cadere sarebbero
stati loro. |
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Verso le ore 10 del 25 settembre
del 1943, il Capitano dei Carabinieri Bianco
portò la notizia che una colonna motorizzata tedesca
si dirigeva verso Bosco Martese.
Si ricorda che non vi erano servizi telefonici.
Il partigiano Ercole Vincenzo Orsini
aveva cercato di mettere in funzione una radio ricevente,
ma non vi era riuscito per la mancanza di pezzi di ricambio.
I Comandanti militari, politici e civili e dei militari
stranieri (fra i quali anche il Comandante Armando Ammazzalorso
e Felice Rodomonti)
decisero di porre dei nuclei di mitragliatrici, lontano
dal raggruppamento centrale.
Il piano era di fare entrare la colonna motorizzata fra
l’ultima e la prima postazione armata e aprire contemporaneamente
il fuoco.
I nuclei partigiani avanzati furono le formazioni Rodomonti
e Ammazzalorso.
La postazione Rodomonti
era a circa 3 chilometri dal piazzale del Ceppo
e a circa 1 chilometro da Paranesi, mentre la postazione
del Comandante Ammazzalorso
era posta alla prima curva a monte della postazione Rodomonti.
Le due formazioni avevano il compito di aprire il fuoco
appena tutta la colonna motorizzata tedesca avesse transitato.
Dalla postazione Rodomonti
fu avvistata la colonna motorizzata prima di Paranesi.
La formazione Rodomonti
nella postazione aveva puntato una mitragliatrice francese
S. Etienne a canna forata intercambiabile e quattro casse
di munizioni, bombe a mano, mitragliette e persino due fucili
91.
Si aspettava con trepidazione l’attacco come era stato
predisposto, ma si verificò
un fatto che cambiò radicalmente il piano di attacco.
Un Tenente dell’Esercito Italiano sapeva che il Rodomonti
aveva in deposito in una camera della
casa cantoniera una mitragliatrice
e una cassa di munizioni.
Agì di testa sua.
Assieme a quattro partigiani, ruppe la porta della camera
e si impossessò di quelle armi, le caricò
su di una camionetta e si piazzò a monte della postazione
Ammazzalorso.
Se fosse stato rispettato il piano di attacco, nessun militare
tedesco si sarebbe salvato.
Ma il Tenente, appena ebbe avvistato i primi camion, prese
a sparare con la mitragliatrice, costringendo la colonna
motorizzata tedesca ad arrestarsi.
Di conseguenza, anche le postazioni di Rodomonti
e Ammazzalorso
dovettero aprire il fuoco.
La mitragliatrice della postazione Rodomonti
era affidata ad un esperto uomo di fiducia di Rodomonti
e al fratello Bertuccio, mentre Michele
Arcaini era addetto alla ricarica della
mitragliatrice.
Quella in dotazione ad Ammazzalorso
era affidata a Carlo Ricci di Teramo, detto
macinino, di professione macellaio.
Il valoroso Ricci, avendo una mitragliatrice a canna areata,
sviluppò un gran volume di fuoco.
Quella in dotazione a Rodomonti,
invece, sparò di meno perché la canna si arroventò
e non si disponeva di una canna di ricambio.
Sotto quel volume di fuoco, il nemico prese a ripiegare
con tutti i mezzi non colpiti, mentre sui soldati tedeschi
si concentravano tutte le bocche di fuoco di cui disponevano
i Partigiani, moschetti modello 91, mitragliette, pistole
e bombe a mano.
I Tedeschi risposero con un enorme volume di fuoco, ma alla
cieca, fuggendo sui camion illesi.
Dalle postazioni arretrate (il piazzale), sotto il comando
del Maggiore di artiglieria fu aperto il fuoco con i cannoni,
azionati da Gelasio e Altobrando Adamoli.
A quel punto, constatata la rischiosa situazione, i Tedeschi
batterono in ritirata.
La camionetta del Maggiore Hartman rimase
isolata, e il Maggiore riuscì a saltare e a buttarsi
nel canale di scolo sulla sinistra della strada.
Sparò con una mitraglietta e fu l’ultimo a
cessare il fuoco, disseminando ai suoi piedi e intorno a
sé oltre mille bossoli vuoti.
Venne fatto prigioniero dagli uomini della formazione Ammazzalorso,
giunti sul posto prima degli uomini della formazione Rodomonti.
Il Maggiore Hartman, un uomo di aspetto
gigantesco con una testa enorme, gridava: "io essere
prigioniero, io essere austriaco, essere mandato per forza".
Felice Rodomonti
lo prese prigioniero e lo condusse alla casa cantoniera
dove si era riunito il Comando generale.
Lì venne processato e condannato a morte.
Al calar dell’oscurità, fu giustiziato da Felice
Rodomonti
con una scarica di mitraglietta di quattro colpi.
Durante il combattimento, i primi ad essere colpiti furono
i due giovani catturati lungo la strada nei pressi di Rocca
Santa Maria, messi in piedi sulla prima camionetta in avanscoperta.
Il Bacchetta venne colpito da quattro pallottole,
una di striscio sulla fronte, due ad un braccio e una pallottola
lo colpì di striscio al torace.
L’altro ragazzo venne colpito non mortalmente.
Perdevano molto sangue e il Bacchetta a
malapena mormorava “non mi importa di morire”.
I Tedeschi in ritirata fucilarono barbaramente i sette
Partigiani catturati al Mulino
De Iacobis.
La loro fucilazione avvenne a un chilometro
circa da Paranesi.
Ma due Partigiani scamparono al fuoco del plotone.
Dino Lanciaprima di Teramo riuscì
a fuggire, gettandosi a valle della strada nel dirupo sottostante.
Durante la fuga, fu ferito ad una spalla.
Nonostante la ferita, corse tra i boschi per circa cinque
chilometri, fino ai pressi di Tevere, frazione di Rocca
Santa Maria, dove venne raccolto e medicato da un Sergente
maggiore degli Alpini, tornato in licenza per la mietitura
del grano.
Gennaro Di Giamberardino, invece, si salvò
perché svenne qualche frazione di secondo prima della
fucilazione e cadde al suolo coperto dal corpo del Partigiano
che gli stava davanti.
Ritenuto morto dai Tedeschi, fu ritrovato dai Partigiani
al termine del combattimento ancora semisvenuto sotto il
corpo del Partigiano fucilato.
I Partigiani del Mulino
De Iacobis fucilati furono:
Luigi De
Iacobis, mugnanio;
Guido Belloni,
falegname ;
Mario Lanciaprima,
impiegato di banca;
Gabriele Melozzi,
contadino;
Guido Palucci,
falegname, portiere della Teramo calcio. |
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I Tedeschi, oltre il Maggiore Hartman,
fucilato, durante il combattimento persero quaranta uomini.
Michele Arcaini ricorda: “Posso giurare
che Gabriele Melozzi
era ancora in vita quando fu trovato con gli altri fucilati
e gemeva flebilmente: ho freddo, tanto freddo."
Perdeva sangue da una coscia.
Giannino Rastelli, professore di ginnastica
di Teramo, ed io ci togliemmo i maglioni di lana e glieli
facemmo indossare.
Ci fu ordinato di risalire al campo centrale e dovemmo abbandonare
i Partigiani fucilati.
Risaliti al campo centrale, ci fu ordinato di raggiungere
la postazione sul versante ascolano a monte dell’attuale
albergo Iulia. “Mentre mi accingevo a raggiungere
la postazione, il Capitano dei Carabinieri Ettore Bianco,
vedendomi pallidissimo e in precarie condizioni, mi chiese
se ero ferito.
Gli risposi: - Signor Capitano, ho fame, tanta fame.
Mi prese sottobraccio e mi portò allo stoccaggio
dei viveri, dove ordinò ad un soldato di tagliare
mezza pizza di Parmigiano e di darmelo perchè lo
portassi al mio accampamento e potessi cibarmi a volontà.
Quel gesto mi rincuorò e, rifocillatomi, ripresi
il cammino verso la mia postazione. “A notte
inoltrata rimbombò un colpo di cannone e fummo avvertiti
da Felice Rodomonti
che il Comando centrale partigiano aveva deciso di sciogliere
il raggruppamento partigiano, per costituire piccole formazioni
armate per attaccare il nemico tedesco e le formazioni fasciste.
“Il raggruppamento Rodomonti
si sciolse prendendo diverse direzioni.
Io, mio fratello Vincenzo, il Piantini con sua moglie e
un figlio, e un partigiano a nome Francesco ci dirigemmo
verso Padula, località che ci aveva consigliato Rodomonti.
Camminammo tutta la notte sotto una pioggia sottile e fredda
e verso le ore 10 del mattino successivo raggiungemmo Padula.
Ci rifocillammo in una casa di amici di Rodomonti.”
Il Rodomonti,
che era transitato a Padula molto presto, lasciò
detto di dividere il gruppo e di tornare a Teramo alla spicciolata.
Successivamente si sarebbe saputo come e dove proseguire
la lotta partigiana. Rodomonti
rimandò a Teramo i suoi due figli, mentre lui ed
un tenente dell’esercito italiano, Francesco Di
Marco, si diressero verso Fioli,
dove ebbero un primo scontro con i soldati tedeschi, dei
quali tre rimasero uccisi.
Dopo lo scontro, Rodomonti,
che conosceva la zona, si diresse verso Cesacastina.
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Il 26 settembre i Tedeschi tornarono sul
posto di combattimento (Bosco
Martese) con massicce forze corazzate
e iniziarono un furioso cannoneggiamento sulle presunte
postazioni dei Partigiani.
Senza trovare resistenza, arrivarono al piazzale,
dove sorge la casa cantoniera, dove constatarono che i Partigiani
avevano abbandonato la zona dopo aver svuotato a colpi di
mitraglia tutti i bidoni di nafta e benzina mentre i contadini
avevano portato via tutto il vettovagliamento.
Furiosi, intensificarono il selvaggio cannoneggiamento alla
cieca.
Quindi, su segnalazione dei fascisti locali, si recarono
a Valle Castellana dove fecero prigionieri
i Carabinieri di presidio e un Sergente maggiore degli Alpini
che si trovava lì per caso e li fucilarono tutti
in località Imposte dopo un sommario
interrogatorio nell’inutile tentativo di conoscere
i nomi dei Capi Partigiani. I
martiri furono:
Leonida Barducci, Brigadiere dei Carabineri;
Settimio Annecchini, Carabiniere;
Angelo Cianciosi, Carabiniere;
Donato Renzi, Sergente maggiore degli Alpini.
Il 28 settembre furono fucilati
sei cittadini a Fonte Palumbo di Cortino.
I loro nomi sono i seguenti:
Luigi De Camillis, Alfonso De Dominicis,
Domenico Liberato, Lorenzo Liberato,
Alfredo Marini, Antonio Olivieri.
Felice Rodomonti,
grande conoscitore della zona, dopo la battaglia di Bosco
Martese e dopo diversi scontri armati
con i Tedeschi, arrivò a Cesacastina, località
molto distante da Bosco
Martese, insieme ad un soldato inglese.
Furono rifocillati e tenuti nascosti in una casa abbandonata.
Dopo essersi riposati, si divisero e Rodomonti
ridiscese a Teramo, nascondendosi nelle zone comprese tra
Monticelli, Varano, Colleatterrato.
A Pietralta il raggruppamento del Comandante Jovanovic
fu sorpreso nella notte dai Tedeschi su una spiata fascista.
Caddero due Montoriesi (Giuseppe Valentini
e Donato Di Giammarco) e 10 Slavi.
Terminata la battaglia, i Tedeschi catturarono a Morrice
Mariano Amici e Vincenzo Ciambella.
Mariano Amici fu fucilato. |
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Dopo la battaglia di Bosco
Martese, la lotta partigiana nel teramano
è proseguita fino al 13 giugno, giorno della liberazione
di Teramo. La città
fu liberata dalle formazioni Partigiane congiunte
con i rispettivi Comandanti Armando Ammazzalorso
e Felice Rodomonti.
Una terza formazione Partigiana che
operava nelle zone montane era comandata dallo Jugoslavo
Mirko Jovanovic e da Vincenzo Massignani
dei G.A.P. e la formazione Montegorzano
comandata da Adelchi Fioredonati.
I due ultimi Comandanti redassero anche tre giornali in
clandestinità: “L’idea proletaria”,
in edizione ciclostilata, e “La Rinasciata”
e “L’azione”, in edizione
tipografica.
La quarta formazione partigiana era comandata dal
Capitano dei Carabinieri Ettore Bianco.
Operava lungo i confini montani tra Teramo e Ascoli Piceno.
Il Capitano Bianco ebbe molti scontri armati con i Tedeschi,
principalmente sulla Salaria e nei contrafforti di Acquasanta,
ed ebbe parte attiva alla liberazione di Acquasanta avvenuta
il 16 giugno 1944.
La formazione Rodomonti
operava a sud della città di Teramo tra Monticelli,
Varano, Nepezzano, Colleatterrato e la zona del Tordino.
La Formazione Ammazzalorso
operava prevalentemente nella zona a nord-est di Teramo
con stanziamento a Magnanella, il cui parroco della località,
Don Vincenzo Di Gaetano fu Partigiano combattente
insignito dal Generale Clark di decorazione. Altre
formazioni partigiane agirono in queste località:
Bellante, Civitella del Tronto, Isola del Gran Sasso, Giulianova,
Torano Nuovo, Tortoreto, Campli.
Per dovere storico va precisato che Felice Rodomonti
e Ettore Bianco, che operarono nelle zone
del teramano e dell’ascolano, furono i Comandanti
partigiani che vennero ferocemente e furiosamente braccati
dalle forze tedesche e fasciste.
Questo resoconto storico, raccolto attraverso il racconto
dei protagonisti, qualifica il ruolo della Città
di Teramo e del suo entroterra provinciale ed esalta il
sangue versato dai suoi figli nella lotta antifascista e
di Resistenza al Tedesco invasore. |
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Dottore Mario
Capuani,
di Torricella Sicura, aderente
al gruppo “Giustizia e Libertà”,
del quale fu autorevole esponente il Presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi.
Il 27 settembre 1943, alle prime luci dell’alba, i
Tedeschi si recarono a Torricella Sicura e catturarono nella
sua casa Mario Capuani,
medico pediatra.
Condotto in località Bosco
Martese, fu sottoposto a processo nella
casa cantoniera.
Gli fu chiesto se era stato tra gli organizzatori del raggruppamento
di uomini che avevano attaccato e ucciso quaranta soldati
tedeschi e il loro comandante Maggiore Hartman.
Mario Capuani
rispose senza indugio, Sì.
Gli fu chiesto se intendeva collaborare con la Repubblica
fascista.
Rispose, Mai.
Condannato a morte, venne ucciso con un colpo di pistola
alla nuca e seppellito in un campo di fagioli vicino alla
casa cantoniera di Bosco
Martese.
Il corpo di Mario Capuani
fu recuperato dal cugino Nino Capuani, aiutato da un amico
fioraio, Di Carlantonio.
Nella fossa dietro la casa cantoniera, furono trovati altri
cinque partigiani fucilati, che non furono identificati
perché privi di documenti di identità.
La salme furono sepolti nel cimitero di Torricella Sicura.
Mario Capuani
ebbe sepoltura nella tomba di famiglia.
Mario Capuani
fu insignito di Medaglia d’Oro al valore militare
e per meriti partigiani.
L’ebanista e liutaio
Ercole Vincenzo Orsini,
antifascista, comunista, tra gli ispiratori del raggruppamento
armato di Bosco
Martese, partecipò attivamente
alla battaglia.
Dopo il 25 settembre, mantenne i contatti con le forze Partigiane.
Il 13 dicembre 1943, individuato, riconosciuto e aggredito
dai fascisti a Montorio, si difese strenuamente e cadde
sotto i colpi del soverchiante numero di aggressori.
Nel dicembre 1945 veniva sepolto nel cimitero di Teramo,
sua città natale.
E’ stato insignito della Medaglia d’Oro al valore
militare e per meriti partigiani. Elio
De Cupis, nato a Agius, Sassari nel 1924.
Sorpreso con un nucleo partigiano nei Monti della Laga,
venne condannato a morte dal Tribunale Speciale Militare
di Teramo in un giorno di aprile del 1944 nella Corte di
Assisi presieduta dal Colonnello Iappelli.
Ascoltò con grande dignità la lettura della
sentenza chiedendo di essere fucilato al petto e non alle
spalle.
Il 13 aprile 1944 venne fucilato legato ad una sedia nel
cimitero di Teramo, assieme ad altri due Partigiani, il
veneto Sergio Cucchiarato e il teramano
Erminio Castelli.
Fu insignito di Medaglia d’oro al valore militare
e per meriti partigiani. |
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Gli anni passavano dopo la liberazione dell’Italia
dalla tirannia fascista e dall’invasore tedesco, senza
mai pervenire ad onorare Teramo e la sua provincia di fregiarsi
della medaglia d’oro cui ha pieno titolo di aspirare.
Il 27 febbraio del 1973 sulla testata nazionale de l’Unità
si legge: “Il sangue generoso dei fucilati di Bosco
Martese, il martirio di Mario Capuani,
di Ercole Vincenzo Orsini,
dei Carabinieri fucilati di Valle Castellana, la guerriglia
delle bande Partigiane Rodomonti
e Ammazzalorso,
l’assassinio di Martella
ad Atri, i fucilati a Teramo nel cimitero di Cartecchio
di De Cupis, Cucchiarato
e Castelli, il martirio degli otto giovani
fucilati dai Tedeschi a Teramo nei pressi della chiesa della
Madonna delle Grazie il 13 giugno 1944, sono le pagine più
alte che Teramo e i teramani abbiano scritto della storia
d’Italia Unita.”
Anche il 13 giugno del 944, giorno della liberazione di
Teramo, il Comandante Alexander delle forze
inglesi in Italia, annunciava da radio Londra la liberazione
della città ad opera di forze partigiane comandate
da Felice Rodomonti
ed Armando Ammazzalorso.
Radio Bari commenta l’evento.
Ricordiamo, inoltre, gli otto
giovani Martiri fucilati vicino alla chiesa della Madonna
delle Grazie:
Bruno Chiavoni, Antonio Cipro,
Antonio Di Berardo, Carlo Durante,
Luigi Marcozzi, Antonio Parabella,
Aldo Quarchioni.
Con rammarico e stupore va ricordato che sul Gonfalone-Medagliere
della Resistenza Italiana, per oltre sessanta anni, c’è
stato un grande vuoto, un vuoto ingiusto,
per la mancanza della MEDAGLIA D’ORO A TERAMO
E ALLA SUA PROVINCIA, benché sia stata la prima città
d’Italia a insorgere con le armi contro le forze fasciste
e tedesche.
Questo vuoto è stato riempito il 15 settembre del
2005 con il conferimento da parte del Presidente della Repubblica
Ciampi, della tanto attesa Medaglia
d'Oro per Meriti Civili.
Senza la lotta clandestina al fascismo, senza la Resistenza,
anche a Teramo iniziata negli anni venti nella clandestinità
e terminata con la liberazione di Teramo il 13 giugno 1944
con 102 (centodue) caduti, tre Medaglie d’Oro, e il
25 aprile 1945 su tutto il territorio nazionale, la nostra
patria sarebbe stata maggiormente umiliata e non avrebbe
avuto la Carta costituzionale e la Repubblica parlamentare.
Il Comitato di Liberazione, composto dai rappresentanti
dei partiti antifascisti, si riunì nella serata del
14 giugno per coordinare l’insediamento delle forze
partigiane a garanzia dell’ordine pubblico e l’accoglienza
delle turppe alleate, che giunsero il 17 giugno.
Venne nominato Prefetto di Teramo il Comandante partigiano
Lorenzini, confermato nella carica dalle
forze alleate.
In occasione del trentesimo anniversario della Battaglia
di Bosco
Martese, Sandro Pertini
venne in visita a Teramo su invito dell’Amministrazione
Comunale.
Il Sindaco di Teramo, Ferdinando Di Paola, e Giuseppe Lettieri
(Anpi), ricordarono alla sua presenza la storia della Resistenza
teramana che fu definita da Ferruccio Parri prima battaglia
campale della Resistenza italiana.
La storiografia al riguardo della Resistenza Teramana è
molto ricca.
Basti citare Paolo Spriano, Battaglia-Giarratano, Riccardo
Cerulli, Leo Leone, Felice Mariano Franchi, Umberto Adamoli,
Libero Pierantozzi, Adolfo Lalli, Berardo Taddei, Luigi
Ponziani, Egidio Marinaro, Costantino Felice, Giorgio Bocca.
Teramo, 25 settembre 2004.
Il Presidente di “Teramo Nostra” (Piero Chiarini)
e il partigiano Michele Arcaini
RELAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE “TERAMO NOSTRA”
SULLA LOTTA ANTIFASCISTA E SULLA RESISTENZA PARTIGIANA SUL
TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI TERAMO
Formazioni partigiane operanti
nel territorio di Teramo e Provincia dopo
la Battaglia di Bosco Martese:
•
Formazione partigiana Ammazzalorso
• Aquilotti del Gran
Sasso • Avvoltoi
Ripe Bellante • Formazione
partigiana Civitella del Tronto •
Formazione partigiana Partito d’Azione Teramo
• Formazione partigiana
GAP Isola del Gran Sasso •
Formazione partigiana GAP Teramo •
Banda giuliese “Garibaldi” Giulianova •
Lupi del Gran Sasso •
Banda partigiana Montegorzano (Valle Vaccaro) •
Formazione partigiana Santuario San Gabriele Isola del Gran
sasso • Formazione
partigiana Parere di Giulianova •
Formazione partigiana Rodomonti
Teramo • Formazione
partigiana Torano Nuovo •
Formazione partigiana Tortoreto |
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